Dylan Dog #364 – Gli Anni Selvaggi di B. Baraldi e N. Mari

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Il nuovo frontespizio della serie regolare di Dylan Dog, realizzato splendidamente da Gigi Cavenago mostra il Nostro intento a scrivere su di un enorme tomo con una sottile ed elegante piuma d’oca. Dietro di lui, a salire, fanno capolino una serie di spaventosi mostri per arrivare fino all’eterna Mietitrice con tanto di cappuccio e falce. Il tutto circondato da un’atmosfera notturna, quasi sognante, perché è la notte il tempo della riflessione. O almeno io, l’ho sempre intesa in questo modo.
Questo preambolo si sposa benissimo per, appunto, riflettere su uno dei personaggi che mi hanno segnato particolarmente come lettore vorace di fumetti e che, soprattutto, con quest’ultimo numero, per l’appunto il #364 Gli Anni Selvaggi, scritto da Barbara Baraldi e illustrato da Nicola Mari, ha catturato la mia attenzione, riuscendo nell’intento di darmi la forza di scrivere, dopo tanto tanto tempo, un’analisi sul mio amato Dylan Dog.
Innanzitutto, voglio andare controtendenza; a me piace molto il Dylan dell’era Recchioni (o Rrobe, come preferite). Ha saputo innovare il linguaggio classico ‘bonelliano’ dall’interno, modificando i contenuti, aprendosi a sperimentalismi (basti pensare a cosa succede con il Dylan Dog Color Fest) e con un montaggio visivo adatto alla contemporaneità, questa costruita su dei ritmi interni quasi impercettibili all’occhio umano, vista la sua velocità di comunicazione e di diffusione del messaggio. Un’era, questa, quasi totalmente affidata alla multimedialità e la Nona Arte, a mio personale parere, non poteva fare altro che adeguarsi alla ‘velocità’ per non perdersi lungo la via del ‘retrodatato’.
Però, la cosa che colpisce di più di questo Dylan, o almeno la cosa che a me risulta più piacevole alla lettura, è la sua commistione con la tradizione. Dylan Dog è un ragazzo complesso, sappiamo bene che “i [suoi] mostri non vivono solo nel buio”, (citando la bellissima graphic novel scritta da un altro storico dylaniano e anche ‘papà’ di Morgan Lost, Claudio Chiaverotti ed illustrata dal ‘cannibale’ Rossano Piccioni ed edita da Ed. INKIOSTRO, di cui Piccioni è anche editore) e quest’ultimo numero lo dimostra a mani aperte.
Il Dylan di cui io sono sempre stato fan è il ragazzo che non solo affronta zombies, vampiri, mummie e serial killer ma è quello che sa commuoversi e sa battersi, nonostante la sua evidente non prestanza fisica, per ciò che non ritiene giusto; è il ragazzo che mette sopra tutti il suo, forse, fuori epoca, ma non assolutamente sbagliato, sentimentalismo. Non solo verso e in aiuto delle innumerevoli comprimarie femminili che compaiono sulle sue pagine ma anche stringere e tenersi stretti, nonostante gli anni, nonostante i fiumi d’inchiostro, cari amici; questi, addirittura, presenti in storie avvenute “fuori campo”, al difuori delle migliaia di pagine lette, ma che sono ben presenti e assolutamente forti nella biografia del Nostro, come avviene in questa particolare amicizia ritratta magistralmente da Barbara Baraldi e resa nota a noi lettori in questo numero #364.
Uno dei primi albi di Dylan Dog che biologicamente ricordo di aver letto è l’ormai cult Johnny Freak, una storia dall’indicibile tristezza dove la componente orrorifica non era insita nel concetto di ‘mostruoso’ cui, almeno io, ero abituato. Tutto passava in secondo piano, lo splatter, la psiche criminale, ma ciò che ti rimaneva dentro era l’anima triste di Johnny e una melanconia di fondo che, credo, non mi abbia mai più abbandonato. E che era propria anche di Dylan.
Ne Gli Anni Selvaggi trovo, se non la medesima melanconia, almeno un sentimento affine. Seppur abbia amato tanto il plot principale degli strambi omicidi (non dico di più per non incorrere in spoiler) che mi ha ricordato con piacere, in un certo senso, il film Le Streghe di Salem (R. Zombie, 2012) sono rimasto scottato interiormente dai rapporti umani, contornati da una vena di profonda tristezza, che Dylan persegue in questa storia. Innanzitutto quello con Emily, una ragazza semplice dagli occhioni grandi (un Nicola Mari in stato di grazia soprattutto nei piani stretti sui personaggi) con cui Dylan consuma un’intensa ma, purtroppo, breve relazione amorosa.
In tutte le pagine in cui compare Dylan con la dolce Emily non c’è traccia di una carnalità di fondo che, spesso, compare nel Dylan adulto (per chi non lo sapesse, la storia in questione è ambientata nel passato dell’Indagatore), accertando – a mio vedere – come l’intento dell’autrice è stato proprio quello di costruire questa meravigliosa storia d’amore sulla purezza dei sentimenti dell’uno verso l’altra, le cui le fondamenta sono plasmate dalla forma dei loro cuori. Tant’è che Dylan donerà un oggetto molto speciale ad Emily, un’azione che raramente si è vista tra le pagine del Nostro e che dimostra l’estrema sincerità da parte del futuro Indagatore dell’Incubo nei confronti della sua amata.
Ma in questa storia nulla è per sempre, purtroppo. Il trauma della divisione che si prova leggendo le pagine de Gli Anni Selvaggi, dettato e condito ancor di più dal senso di colpa della lontananza, è qualcosa che non si dimentica facilmente; soprattutto se s’inizia a fare riferimento a congetture mentali come “Se fossi stato lì”, “Cosa sarebbe successo se” e così via: una sotto trama terribile che sfida la resistenza alle lacrime di chiunque abbia provato almeno sommariamente in vita un’esperienza dolorosa come un addio tra due amanti.
E poi c’è Vincent. Un personaggio che, in senso figurato, rimanda ad un passato mitico, sia come storicità ed atmosfere ma anche verso la biografia dylaniana. Vincent è una rockstar ‘caduta’ che ricorda con Dylan il respiro del tempo di cui, durante quel periodo, entrambi erano assuefatti. Ma come tutte le cose grandiose, una volta giunte all’apice e toccato con mano il firmamento, non hanno altra via che discendere negli abissi più profondi, naufragando senza alcuna meta attraverso maschere, nella superficialità delle cose, prendendo coscienza che ciò che si era e ciò che si è diventati è solo un piccolo e microscopico ingranaggio del Moloch della Macchina sociale, pronta a svuotare ognuno della propria individualità per i propri ed insulsi interessi. E Vincent, una volta semi dio in terra, dal fisico tonico e colmo di luce, diventa tristemente vittima, non riuscendo neppure a discernere la reale natura degli amici di una volta. Rimane solo il ricordo, dettato dalle canzoni, dal suono di una voce ormai lontana che risuona incessantemente nella testa e nella memoria di coloro che c’erano durante quel tempo magico, cui ci si credeva capaci di tutto e l’unico limite conosciuto era, appunto, il cielo stellato.
Un’ultima nota prima di congedarmi è dettata dal bisogno di parlare dell’atmosfera di questo straordinario racconto d’immagini. Partendo dalla copertina di Cavenago (un’evidente citazione al cult movie Syd & Nancy di Alex Cox, 1986) siamo immersi nella ‘scena’ punk / postpunk e glam rock di fine anni ’70 e metà anni ’80 cui abbiamo tantissimi riferimenti e citazioni che partono essenzialmente dal bagaglio d’interesse personale sia di Barbara Baraldi (l’autrice ha creato appositamente una playlist da ascoltare durante la lettura dell’albo: goo.gl/qFWN5t ) che di Nicola Mari; quindi si spazia da David Bowie (presente fisicamente nella storia in un ruolo da dj e chiamato simpaticamente Duke), ai Joy Division, ai The Sisters Of a Mercy ai Mötley Crue, dai Guns n’ Roses (abbiamo anche in questo caso un cameo del chitarrista Slash) a Richard Hell e così via. Un tipo di atmosfera che si bacia perfettamente con la nozione di pastiche postmoderno e che il fumetto, innovandosi, fa proprio non disturbando, anzi, la componente citazionistica arricchisce la narrazione coinvolgendo il lettore assicurandosi che si senta partecipe, durante quei lunghi flashback, di sentirsi a proprio agio durante quel periodo di così alto fermento culturale, soprattutto per quanto riguarda la musica, di cui anche il Nostro amato Dylan, seppur indirettamente, ne faceva parte.
E perciò, riprendendo il concetto analizzato in precedenza, posso benissimo affermare che Gli Anni Selvaggi, seppur adeguandosi ai tempi modernizzando il linguaggio interno di diffusione del racconto, dialoga con la tradizione – anche – per quanto riguarda le atmosfere dissolute, tipiche delle storie di fine anni ’80 / inizi anni ’90 scritte da Tiziano Sclavi. Penso soprattutto a I Vampiri (1991), magistrale apologia sull’abuso di droga, caratteristico più che mai di quel periodo e che, in particolar modo, quel particolare albo riuscì a sconvolgermi soprattutto per il ritratto che il ‘Tiz’ riuscì a restituire (con un sostegno fenomenale di Carlo Ambrosini alle tavole) alla ‘popolazione’ suburbana del tempo, fatta di buie discoteche e sregolatezza depressa.
Concludendo, la scrittura di Barbara Baraldi e le tavole di Nicola Mari, riconsegnano una descrizione accurata della Cultura downtown dell’epoca su cui fanno letteralmente soffocare il lettore, me compreso, guidandolo pian piano verso una strada impregnata di malinconia su tutto ciò che, nel tragitto e col passare degli anni, si è perso: un amore, un’amicizia, le rockstar, la propria identità. E ciò che rimane sono solo le note di quelle immortali canzoni e i ricordi che ne scaturiscono da quei momenti passati insieme con chi non c’è più, per un motivo o per un altro, e che vorresti che ci fosse ancora.

U. Mentana

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Francesca Capone

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