Recensione del film La profezia dell’armadillo dal graphic novel di Zerocalcare

L’ultima fatica della Fandango, che si è fatta portavoce del graphic novel italiano, è il cinecomic di uno dei testi più amati degli ultimi anni: La profezia dell’Armadillo di Zerocalcare. Solitamente gli adattamenti non sono fedeli all’originale e in modo più o meno incisivo si allontanano dalla narrazione testuale, aggiungendo o privando il film di trame e personaggi; spesso, partendo da questo presupposto, nascono i malcontenti dei fan dell’opera.

La profezia

Il film prende il via con le identiche parole del fumetto: “si chiama Profezia dell’armadillo ogni previsione ottimistica, fondata su elementi soggettivi e irrazionali, spacciati per oggettivi e logici, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti“. Un po’ come se il mammifero fosse un uccello del malaugurio, prendono vita tutte le ansie e preoccupazioni sotto le mentite spoglie dell’armadillo. Ci viene raccontata la vita di Zero, un disegnatore di Rebibbia, con tutte le sue disavventure e le speranze, spesso vanificate.  Dovrà, infatti, sopravvivere ad una vita di stenti, con una madre fin troppo apprensiva e una vita lavorativa mai soddisfacente. La storia, che per la maggior parte del tempo pare frammentata, ha un unico filo conduttore: la morte di Camille, amica d’infanzia e cotta storica del protagonista. I ricordi a lei collegati, riportati attraverso flashback, ci mostrano una trama dalle molteplici facce e ci spiegano il motivo della profezia.

I protagonisti

Il regista Emanuele Scaringi dipinge il ruolo di Zerocalcare su Simone Liberati. Il graphic novel è la base di tutta la narrazione, anche se adattato. Numerosi sono gli spunti presi soprattutto dalla prefazione aggiunta secondariamente nel racconto originale a fumetti dalla quale poi sono derivate gran parte delle modifiche apportate alla storia principale. Sono stati aggiunti così i filoni narrativi relativi alla sua esperienza in aeroporto e alle ore impiegate come insegnante di doposcuola.

La prima palese differenza fra fumetto e film è la maggiore attenzione data al personaggio di Secco a differenza di quella data all’armadillo che quotidianamente accompagna Zero: Pietro Castellitto è, a tratti, la vera star della scena. Il motore comico è lui. Molti eventi avvengono grazie alla sua presenza e alle decisioni che prende il protagonista per merito suo; per questo motivo si può dire che la sua interpretazione è fondamentale affinché il film funzioni, e che il giovane attore ci riesce senza alcuna fatica, a differenza di Simone Liberati che a volte è sottotono.

Seppur a grandi linee il carattere del personaggio di Zero è simile a quello del fumetto, anche se i suoi rapporti e sentimenti con il mondo che lo circonda sono ben distanti da quelli narrati dallo scrittore romano. Stessa sorte è toccata all’impersonificazione di tutti i suoi cattivi pensieri.

Niente CGI; l’armadillo prende vita grazie a Valerio Aprea che indossa un grosso costume arancione, che non rende giustizia alla sua versione a fumetti. Il suo ruolo è quasi completamente rivisto, tanto da diventare una voce della coscienza, onnisciente, fastidiosa e mal voluta.

Altro personaggio defraudato del suo ruolo chiave è Camille che viene relegata a figura marginale. Nessuna evoluzione negativa, così come avviene nel graphic novel; il suo ruolo è semplicemente quello di ragazza amata dal protagonista. Non vengono mostrate le sue debolezze e tutti i tentativi di Zero di approcciarsi invano con lei. La malattia da cui è affetta diventa la giustificazione di ogni scelta compiuta, la sua psiche non è neanche lontanamente analizzata, riducendo il suo ruolo a poco più di una comparsa.

A Rebibbia abbiamo un Mammut

La coscienza di Zero nel film prende forma solo grazie all’armadillo. Era improbabile pensare a tutta la moltitudine di personaggi e citazioni tipiche dell’autore. Nessuna traccia dei vari elementi che rappresentano le sue emozioni, nessun animale con l’alopecia a dimostrazione di quanto disastroso sia il suo rapporto con il mondo che lo circonda. Con gli animali scompaiono anche il sergente Hartman, come sua voce strategica, Leonida, ed altri. Quando il film prova a citare il fumetto lo fa in modo totalmente decontestualizzato; se per il film è un modo per far comprendere la cultura del protagonista, nel fumetto è, invece, un’esagerata e autoironica critica dell’autore.

La vera grande pecca del film è il distacco quasi totale dalle modalità narrative tipiche del disegnatore romano. Rebibbia, ad esempio, diventa semplicemente uno sfondo, soltanto un luogo dove avvengono le azioni.

Il finale è cinematografico in quanto completa il quadro storico-narrativo, ma lo fa in modo da allontanare quasi totalmente il tono della storia dall’originale. La libera reinterpretazione di determinate scene ha ampliato archi narrativi altrimenti brevi, fra tutti quelli della ricerca di Greta, così come lo stucchevole rapporto con la madre. Tutto sommato, resta un buon film, divertente in alcune parti, ma che lascia con l’amaro in bocca.

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Midoriya

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